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Verbicaro 1911 - 2011  Storia di una rivolta 

Verbicaro, 100 anni dopo si ricorda la rivolta con le "giornate della memoria".

Cosenza - (Adnkronos) - Nel mese di agosto del 1911 nel paese scoppiò una epidemia di colera che indusse gli abitanti a ribellarsi contro le autorità comunali. Il sindaco Felice Spingolà all'Adnkronos: ''Verbicaro vuole tornare su quelle giornate per ragionare sull'evento, sulle responsabilità e sulle ripercussioni che ci furono sull'agenda politica'' Incontri e convegni dal 23 al 28 agosto

 

 

1911 - Gli untori di Verbicaro, uccisi perchè spandevano la "polverina" per diffondere il colera

Agosto 1911 a Verbicaro, paesino abbarbicato sulle pendici dell’Appennino paolano,  l’Italia giolittiana presa dal fervore per la prossima avventura di Tripoli 

e dai festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’Unità, è scossa dalle notizie prima frammentarie, poi sempre più precise, provenienti da Verbicaro, che parlano di un’insurrezione popolare, con  morti e feriti, contro le autorità comunali accusate di aver avvelenato gli abitanti con la “polverina” del colera. Arriva persino il celebre inviato del “Corriere della sera”, Luigi Barzini  che, spacciandosi per commerciante, cerca di capire la storia.

Verbicaro, dominata da due famiglie che controllano il potere indifferenti al bene della collettività, aveva già patito un’epidemia di colera nel 1855. E in quell’occasione, l’allora  sindaco del paese, Giuseppe Guaragna, era stato linciato dalla folla inferocita. Nel gennaio del 1911 dalla fontana del paese sgorga acqua sporca. Le analisi confermano l’inquinamento. Ma nessun provvedimento viene preso dalle autorità. Il 21 agosto dello stesso anno, si manifestano improvvisamente 21 casi di colera, con 13 decessi. La situazione peggiora nei giorni successivi. I cadaveri rimangono insepolti. La popolazione è convinta che la causa del morbo derivi dalla “purviriedda” che il sindaco, con la complicità dei carabinieri e dell’arciprete, ha sparso su ordine del governo che vuole sfoltire la popolazione, ritenuta eccessiva. Vengono individuati dei testimoni che sostengono di aver visto gli untori  diffondere il veleno: chi sostiene attraverso i fuochi d'artificio, chi da una polverina confezionata da alcuni emigrati rientrati dall’America.

   La situazione precipita. Il 27 agosto, una folla inferocita e armata di roncole e fucili composta da 1200 persone distrugge l’ufficio del telegrafo e incendia il municipio. Durante i tumulti viene ammazzato un impiegato comunale, Agostino Amoroso, reo di aver eseguito le operazioni del censimento: un contadino gli stacca la testa con una roncola. Nello stesso giorno vengono uccise altre due persone, tra cui il pretore di Scalea, fulminato da un attacco di sincope dopo aver affrontato dei contadini armati. La rivolta si placa nel pomeriggio, quando i rivoltosi si danno alla fuga per sfuggire alla repressione. I carabinieri e la Croce rossa, giunti dal capoluogo, isolano il paese, che improvvisamente balza all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale diventando un caso. Gli inviati dei giornali nazionali scoprono un “paese selvaggio”. Parole piene di pregiudizi che risuonano insieme alla parola “superstizione” anche nella sentenza del tribunale di Cosenza che condannò, il 6 giugno dell’anno successivo, i responsabili della rivolta.

   Ma la storia di Verbicaro ha altri precedenti in Calabria. Già durante l’epidemia di colera del 1835, in Lombardia, si erano diffuse credenze sullo Stato untore. Credenze rinnovate nel Regno di Napoli, dove il colera, tra il 1836 e il 1837, provocò più di 20mila vittime. Casi di presunti untori e di rivolte popolari si ebbero a Spizzirri, a San Sisto dei Valdesi, a Cosenza. E ancora il 26 maggio 1848 tre presunti untori, tre venditori ambulanti di pettini, originari di Scigliano, sospettati di aver avvelenato la fontana, vennero uccisi a San Giorgio Albanese. Il rapporto del supplente giudiziario di Corigliano Nicola Masci   fu lento e lacunoso, teso a insabbiare la verità dei fatti. E’ vero che i tre poveri sciglianesi avevano nelle loro bisacce dell’arsenico, ma è anche vero che i tre erano conosciuti dalla popolazione di San Giorgio Albanese, che acquistava da loro mercanzie e anche quel veleno che adoperava per combattere i topi che mangiavano i bachi da seta. Ed è certo che nel paese si vivesse una situazione di forte conflitto, con la popolazione impegnata a combattere le usurpazioni del barone Compagna.

   Per l’eccidio dei tre “pettinari” vennero condannati alcuni innocenti, tra i quali Attanasio Dramis,   esponente  della opposizione antiborbonica e liberale, poi riabilitati grazie alla confessione di alcuni testimoni. Lo stesso Dramis, figlio di quel Giuseppe che fu tra i più attivi cospiratori antiborbonici, poi scarcerato, nel 1856 prese parte al regicidio di Agesilao Milano suo “amico fraterno”. Su quei fatti rimangono tanti misteri. Chi mise in giro quella voce, chi fu l’ispiratore della sommossa? Furono davvero i borbonici? E quali i fini? Certo è che anche questo episodio si inserisce in una precisa “strategia della tensione” alla quale non furono estranee bande di briganti, come quella Urtale.

di BRUNO GEMELLI  (Zoom Sud.it)