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Cenni storici? No grazie!  (Angelo Rinaldi)

   Ai visitatori che arrivano a Verbicaro, soprattutto in estate, bisognerebbe chiedere se a loro interessa davvero la storia di questo paesino, adagiato ai piedi del monte Trincello e della Mula, immerso nel verde della natura e coperto dall'azzurro del cielo. Credo che non gliene importi poi tanto. La storia è notoriamente noiosa, o almeno così è generalmente ritenuta e averla tra i piedi anche durante le vacanze estive è cosa che nessuno si augurerebbe mai. Cambierebbe qualcosa per un visitatore il sapere che Verbicaro era un marchesato e che dal Seicento fino ai primi dell'Ottocento è stato retto dalla famiglia Cavalcanti?

Come presentare, dunque, Verbicaro a chi non ha interessi storiografici? Gli si potrebbe parlare del cibo, delle tradizioni gastronomiche verbicaresi, mangiare interessa tutti e non annoia. Si potrebbe iniziare dai formaggi. Verbicaro è delicato e forte come i suoi formaggi, dalla ricotta fresca a quella stagionata sotto sale. Quest'ultima, in particolare, grattugiata, rende gli gnocchi fatti in casa squisiti. Il formaggio esprime bene l'indole dei verbicaresi anche perché lo stesso nome Verbicaro deriva dal latino berbicarius che vuol dire proprio guardiano di pecore. I fondatori del paese, intorno all'anno 1000, saranno stati di certo pastori. Origini nobili, senza dubbio. Anche Roma è stata fondata da un gruppo di pastori che poi gli etruschi hanno civilizzato. Roma è nobile e Verbicaro no? Non mi sembra. Ma questa è noiosissima storia, torniamo alle cibarie.

Verbicaro, oltre ad essere delicato e forte come i suoi formaggi, è anche ricercato come i pagnottini di uva passa e foglie di cedro, gustoso come i fichi secchi, piccante come i suoi peperoncini. I pagnottini sono specialità antiche e semplici di cui oggi è rimasto poco nel nostro modo di mangiare. L'uva passa dei pagnottini è preparata con gli stessi metodi di un tempo ed è aromatizzata in modo naturale con la buccia di cedro. Il cedro è una delle fragranze tipiche del Mediterraneo, uno di quei sapori che fanno viaggiare con la mente. E pensi all'Oriente, agli ebrei che lo usano nei loro riti, agli arabi, alle incursioni dei pirati saraceni sulle coste della Calabria durante il medioevo e fino al Cinquecento. Verbicaro, nascosto com'è nell'entroterra dell'Alto Tirreno cosentino, sarà nato proprio per soddisfare esigenze di difesa dagli attacchi provenienti dal mare.

Il piccante dei peperoncini lo trovi nei canti d'amore e di sdegno, presenti nella tradizione poetica e musicale verbicarese. Ma anche nelle storie di briganti. Come quella volta, nell'Ottocento, quando tagliarono la testa al brigante Curtiddhuzz' e l'appesero nella piazza principale del paese come macabro monito. O come quando nel 1799 piantarono l'albero della libertà, sulla scia della Repubblica Partenopea proclamata a Napoli. Anche in quella circostanza ci scappò il morto.

Formaggi, pasta fatta in casa, pagnottini, fichi secchi, peperoncini, manca qualcosa: il tutto deve essere innaffiato dal vino di Verbicaro, aspro e dolce come i suoi produttori ed i suoi consumatori. Il vino, proprio perché accompagna e impreziosisce le pietanze, è il miglior presentatore di Verbicaro. Di fronte ad un assaggio di vino di Verbicaro ogni parola è di troppo, anche perché se nel sorseggiare si perde la misura, di parole se ne diranno in gran quantità. I verbicaresi producono vini pregiati da secoli, coltivando vigneti quasi tutti in pendio e quindi dovendo superare grandi difficoltà. La coltivazione della vigna scandiva il passare del tempo, il succedersi delle stagioni. La vendemmia era la festa dell'anno e di fronte ad essa passavano in second'ordine anche i grandi appuntamenti della vita come il matrimonio, prima si vendemmiava e poi ci si sposava. Il verbo è al passato perché oggi i viticoltori sono sempre di meno e il rischio è che, prima o poi, anche parlando di vino, a Verbicaro, si faccia noiosissima storia. Bisognerà correre ai ripari non foss'altro che per questo.

A chi mostrasse di avere interessi, anche minimi, che vanno oltre una tavola imbandita, gli si potrebbe accennare anche dei verbicaresi illustri del passato. L'avvocato Nicolò Carlomagno, giacobino, tra gli artefici della Repubblica partenopea del 1799 e per questo impiccato dai Borboni in quello stesso anno; il medico Giovanni Maria Cava, premiato per meriti scientifici a Londra nel 1897 e anche cultore di storia patria; il poeta Pier Vittorio Carlomagno, morto a ventiquattro anni nel 1886, autore di una raccolta di versi che rappresentano un viaggio in forma poetica nel proprio passato, attraverso cui ritrovare la serenità perduta. E ancora, il giudice Enrico Carlomagno, l'arciprete Francesco Cava, il vescovo Pietro Raimondi, lo scrittore Giovanni Cava.

Tutto sommato, forse varrebbe la pena di visitarlo Verbicaro, sicuramente per le cibarie, ma forse anche per tutto il resto. E chissà che poi non si decida addirittura che vale la pena anche di approfondirne i cenni storici...